Chi sei?
Partiamo dall’inizio e riavvolgiamo il tempo di qualche mese, come con le vecchie cassette VHS — se non sapete cosa sono, probabilmente siete nati nell’epoca sbagliata.
Siamo finalmente arrivati agli ultimi rintocchi di luglio. Si inizia già a sentire quel profumo di iodio misto a crema solare che tanto aspettavamo fin dalla fine delle vacanze di Natale.
Dopo aver salutato tutti, si parte!
I primi giorni passano in un soffio, tra relax e dolce far nulla. Terminata l’euforia iniziale, dopo il classico pisolino pomeridiano sulla spiaggia, mi ritrovo a fissare il mare.
Le onde sembrano ripetere costantemente lo stesso pattern.
Ancora.
E ancora.
Fino a quando non la senti.
Quella Vocina nella tua testa che, con tono assordante, ti domanda:
«E mo che si fa?»
La ignori.
O meglio, cerchi di farlo.
Ma, piano piano, il suo tono diventa sempre più deciso, come le campane di una chiesa che iniziano a risuonare con sempre maggiore prepotenza — e, per qualche motivo, anche con motivetti piuttosto accattivanti.
È a quel punto che penso:
«È la fine.»
Vocina inizia a bombardarmi la mente con mille idee: cose da fare, modi per diventare ricco, progetti totalmente a caso che non sapevo nemmeno di voler realizzare ma che, improvvisamente, sembrano la cosa più logica del mondo.
In un raro attimo di lucidità, durante il quale Vocina aveva deciso di silenziarsi per qualche secondo, penso:
«Vabbè, sono io che produco queste allucinazioni. Proviamo ad ascoltarle: qualcosa di buono ne uscirà!»
Così faccio un elenco di tutto quello che mi passa per la testa.
Poi inizio a eliminare le opzioni meno plausibili per vari motivi: il tempo da dedicare, gli organi da vendere per finanziarle o, semplicemente, la quantità di sanità mentale che vorrei preservare.
Alla fine, casualmente, rimane una sola tipologia di idee.
Vi lascio immaginare quale.
Rullo di tamburiiiiiii…
Soltanto idee legate al mio core business. Quello che, alla fine, mi permette di mangiare:
lo sviluppo software.
Ed è proprio qui che mi pongo la fatidica domanda:
Chi sono senza il lavoro che faccio?
La prima cosa che mi viene da rispondere è:
«Sono Gianfranco Canora, ingegnere informatico.»
Poi mi fermo.
Quasi sconvolto.
«Davvero questa è la prima cosa che mi descrive?»
Ripensando a chi ero prima di iniziare questo percorso, ricordo che amavo dipingere. Stavo imparando a suonare la chitarra. Facevo tante altre cose che alimentavano e incoraggiavano il mio lato creativo.
Quindi, cosa è successo?
Ho perso la mia creatività?
No.
L’ho semplicemente accantonata in un angolo della mia anima, come un vecchio vinile lasciato a prendere polvere in garage.
In fondo, sono ancora quella persona.
Ma ho messo in secondo piano quel lato di me e potrei trovare mille giustificazioni per spiegare il perché.
Ce n’è soltanto una, però, che sento davvero sincera:
l’ansia.
L’ansia di non fare abbastanza.
Di non riuscire a guadagnare abbastanza.
Di non essere abbastanza bravo in quello che faccio.
Tutto questo, inevitabilmente, consuma energie fisiche e mentali. Energie che non sempre è facile recuperare.
Soprattutto quando persino il riposo finisce per condurti a riflessioni come questa.
La vita frenetica che conduciamo, il continuo bombardamento di informazioni, la paura di essere sostituiti, quella di non riuscire più a lavorare, le incertezze economiche e chi più ne ha più ne metta finiscono inevitabilmente per sovraccaricarci di aspettative e responsabilità.
E la cosa strana è che, molto spesso, quelle aspettative non arrivano nemmeno dall’esterno.
Arrivano da noi stessi.
E allora lo chiedo anche a voi:
vi è mai capitato di fermarvi e chiedervi chi siete, al di là del lavoro che fate?